lunedì 19 luglio 2010

La mia ora di libertà...


Scoprendo Forrester di Gus Van Sant
Alle volte evito di esprimermi e sento di perdere qualcosa, di lasciare che le parole giuste sfumino come la luce adatta per un fotografo... alle volte sento il cervello vuoto come se non avessi voglia di nulla e questo mi dà l'illusione di essere serena... alle volte rileggo mie vecchie poesie, scritte sembra ormai nel secolo scorso, mangiando pop corn e tra un crunch e l'altro fantastico di essere in qualche soffitta parigina e con addosso un paio di chanel passeggio nervosamente da un lato all'altro dell'angusto ma poetico spazio che riempio di me, cerco una parola, quella giusta, quella che al meglio completi quanto voglio dire.. ho un vestito rosso, morbido sui fianchi e con una scollo leggermente a barca, sbracciato... fumo avidamente (strana visione perché non sono una fumatrice)...  sono di ritorno da una passeggiata lungo gli Champs Elysée dopo aver scritto per ore in un caffè, dopo aver osservato per ore la vita scorrermi innanzi cercando volti e corpi in cui riporre la mia anima... personaggi, alter ego a cui dare un volto diverso dal mio... un ragazzo mi si avvicina, lo conosco, è un vecchio conoscente, è un mio coetaneo, ha 25 anni... nella visione io ne ho 30, questo mi fa capire che lui mi si avvicina anni addietro... è abbronzato e ha le guance colorate di rosso dal sole, è bello, lo è sempre stato, sguardo sornione ma allo stesso tempo gentile, occhi castani, intensi ma a tratti disinteressati e dormienti, voce calma quasi noiosa ma non fastidiosa, bel sorriso semplicemente sensuale... ha una maglietta a  mezze maniche a righe bianche e rosse, un jeans blue scuro, comodo, largo arrotolato un po' più in sù della caviglia e sandali aperti in cuoio marrone scuro... ha un abbigliamento tra gondoliere e pescatore, è bello, ne è consapevole, così come sa che qualsiasi cosa fuoriluogo addosso a lui assume un tono diverso... ho sempre avuto la sensazione che provasse una strana ma inespressa simpatia per me... mi racconta della sua scrittura creativa, delle prove che ha dovuto superare per entrare in quella scuola speciale e selettiva.. c'è rumore intorno, alcuni ragazzi bevono e chiacchierano animatamente attorno a noi... non riesco a percepire bene alcune delle parole che mi dice ma annuisco con la testa perché intuisco il senso... tutto mi parla di parole, di scrittura, di simboli, di comunicazione: me stessa, il suo sguardo, il suo modo languido e quasi indifferente di essere soddisfatto di essere riuscito ad accedere a questa scuola, la mia voglia di tornare a casa e imprimere le mie idee senza logica nè sentiero... per anni ho aspettato una giornata di sole che si asciugasse tutti i pensieri... per anni ho cercato il senso di incubi in cui animali feroci mi aggredivano facedomi svegliare di sobbalzo e col solo desiderio di trascriverli, da un lato, di dimenticarli, dall'altro, sperando non nascondessero nulla che avesse a che fare col mio destino, con la mia sorte, con un messaggio che non decifravo e che tuttora non mi è chiaro... per anni non ho fatto altro che scrivere quello che non riuscivo a dire, che pur nel momento di maggiore sforzo non poteva essere detto oralmente... la scrittura mi ha sempre chiusa in me, mi ha difesa dalla parole dirette ed ha anche avuto una funzione mistificatrice della mia emotività: le cose dette a voce si semplificano perché le rivolto, le traslo, quelle scritte conservano e restano più vicine a quello che esattamente provo... scrivendo uso una penna che ha l'inchiostro del cuore, parlando sento che tutto fluisce attraverso il cervello e perde l'essenza più pura, l'essenza primaria... delle tante cose che sento ghiacciate nella mia vita e che fanno fatica sciogliersi, le parole sono l'unica cosa che scorre fluidamente come una goccia dopo l'altra, anche se alle volte ho paura di perderle, che mi abbandonino, che si rivolgano verso altri orizzonti più freschi ed entusiasmanti... ho un bisogno estremo quasi patologico e schiavizzante di affermare certi moti dell'animo, di alleggerire questa gabbia corporea di un grammo alla volta, pensiero dopo pensiero, sensazione dopo sensazione, idea su idea, lettera dopo lettera... sento un'oppressione in petto i giorni in cui mi sento gravida di scrittura e non mi ritaglio il tempo di cullarmi, credendo che ci sia altro di più importante, di prioritario...  come se poi fossi fatta di altro oltre che di me... disegno parole che sono linfa vitale da cui traggo carica per non intasare il mio organismo... questa continua necessità di esprimermi alle volte è un'angoscia, forse benefica, agisce come una forbice che taglia vestiti stretti che mi sento incollati addosso... se non scrivo mi sento una carcerata, una affamata che non mangia, un assetata che non beve... un bisogno primario non soddisfatto... la scrittura è la mia ora di libertà... 


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